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Pierluigi Battista's Editorial In Corriere Della Sera On The Meaning Of Holocaust Denial
IL CASO DEL VESCOVO LEFEBVRIANO
Il negazionismo intollerabile

di Pierluigi Battista

Il negazionismo sulla Shoah non è un'opinione personale, la carta d'identità di una congrega minoritaria di lunatici che giocano con la frequentazione provocatoria del Male. Non è neanche più, a differenza dei decenni scorsi, una fandonia che rivendica il rango di controstoria, un vaniloquio travestito da disputa storiografica che ambisce alla riscrittura del passato. Il negazionismo è oramai diventato una poderosa macchina simbolica e ideologica che, contestando lo sterminio degli ebrei di ieri, mette violentemente in discussione il diritto alla sopravvivenza degli ebrei di oggi. Vuole cancellare l'immane debito del passato per destituire di ogni credito l'identità ebraica del presente. Vuole togliere agli ebrei lo statuto di vittime per consegnarli interamente al ruolo di carnefici. Non si comprende l'ossessione negazionista di Ahmadinejad se sfugge la logica che connette la cancellazione dell'Olocausto al progetto di annichilire la presenza degli ebrei e di Israele che è la loro casa: il bisogno di riunire a Teheran l'internazionale degli antisemiti per mettere sotto processo la veridicità della Shoah si giustificava con la necessità di spogliare di ogni legittimità le pretese degli ebrei di oggi.

Ricollocato e rivitalizzato negli schemi di una jihad globale che vuole ripulire il mondo dall'«impurità » ebraica, il negazionismo vecchio stampo riacquista un significato e un'eco sconosciuti nell'infetto recinto neonazista in cui era confinato. Nel percorso di Roger Garaudy, ex comunista eretico passato nello stato maggiore dei negazionisti d'Occidente e infine convertitosi all'Islam, si condensa il senso di questa trasformazione, l'approdo di un pregiudizio ideologico che infine trova il suo compimento in una dichiarazione di guerra: contro gli ebrei, il progetto di annientamento cominciato con la Shoah non è ancora finito. Anzi, può conoscere un nuovo inizio con la distruzione dello Stato di Israele. E' in questa tragica guerra non conclusa che gli ebrei, proprio quando si celebra il Giorno della Memoria, apprendono sgomenti che un negazionista dichiarato come il lefebvriano Richard Williamson («neppure un ebreo è stato ucciso nelle camere a gas») possa diventare, per effetto della revoca della scomunica ai seguaci dello scismatico Marcel Lefebvre decisa da Benedetto XVI, un «vescovo » della Chiesa cattolica di Roma. Conforta certo sapere che nel mondo cattolico le parole di Williamson siano considerate «aberranti» e del resto lo stesso direttore dell'«Osservatore Romano» Giovanni Maria Vian ha sostenuto che «ogni affermazione negazionista è un insulto alla memoria del martirio del popolo ebraico». Ma il negazionismo, appunto, non è un'opinione privata o un terreno su cui possa esercitarsi un legittimo diritto di espressione a proposito di una controversa pagina della storia. Non è un affare interno alla Chiesa (lo è invece la decisione di riaccogliere i lefebvriani), ma una prova di tolleranza verso l'intollerabile. E le comunità ebraiche, saggiamente, non entrano nel merito delle scelte dottrinarie della Chiesa: chiedono solo che il negazionista Williamson non sia più «vescovo». Solo questo, ma niente di meno.

Sbaglierebbero i cattolici a considerare la reazione ebraica come una patologica manifestazione di «ipersensibilità». Non è «ipersensibilità»: è la normale sensibilità di chi, a ragione, si sente ancora mortalmente minacciato. E mentre Bin Laden chiama alla guerra santa contro i «crociati» cristiani e gli «ebrei», l'ebraismo di Israele e della diaspora chiede concordemente il sostegno e l'appoggio della cristianità. Non è per «ipersensibilità» che sono state accolte con incredulo sbalordimento le dichiarazioni con cui il cardinal Martino ha paragonato Gaza a un «campo di concentramento», come se davvero nei campi della morte di Auschwitz ci fosse qualcosa di lontanamente simile alla guerra dei razzi scatenata da Hamas contro i civili delle città di Israele. È lo stesso, micidiale cortocircuito che ha sciaguratamente indotto il governo della Catalogna a ridimensionare le celebrazioni del Giorno della Memoria per protesta contro l'intervento militare di Israele. E' il silenzio assoluto della cultura europea di fronte a grottesche manifestazioni come quelle della civilissima Amsterdam in cui, presenti due deputati socialisti, è echeggiato il lugubre slogan «viva Hamas, gli ebrei nelle camere a gas». Gli Stati dell'Occidente pensano di tacitare la loro coscienza con la retorica ufficiale dei riti della memoria o con leggi censorie ad hoc che dovrebbero mettere la museruola ai nazi-negazionisti. Più che il bavaglio (sempre ingiusto e sempre a rischio di derive illiberali) conviene piuttosto ricordare l'impresa di Pierre Vidal-Naquet, che con il suo Gli assassini della memoria (ora riproposto in una bellissima edizione da Viella) mise stoicamente a freno il suo furore di figlio di deportati nei campi di sterminio e impartì una memorabile lezione agli «Eichmann di carta», mostrando la nullità dei loro pseudoargomenti, demolendo una a una le bugie diffuse nelle loro pubblicazioni, sbriciolando con paziente tenacia ogni parvenza di scientificità in testi («la menzogna di Auschwitz») impregnati di pregiudizi maniacali e di incontenibile odio antisemita. Contro la guerra di sterminio antiebraico caldeggiata da Ahmadinejad l'esempio eroico di Vidal-Naquet potrebbe consigliare una guerra culturale difficilissima, ma appassionante. Potrebbero (dovrebbero?) prendervi parte gli intellettuali dell'Occidente che versano lacrime di commozione assistendo a «Schindler's List», ma restano glaciali e imperturbabili se a Israele viene negato lo stesso diritto all'esistenza attraverso l'infamia dell'invocazione esplicita di un nuovo Olocausto. Non dovrebbe disertare nemmeno la Chiesa cattolica, che pure conosce il dramma della persecuzione patita dove comanda il fondamentalismo islamista, a cui si chiede di non consentire che la malattia del negazionismo possa allignare tra i suoi vescovi, nemmeno come «opinione» personale o privata manifestazione di eccentrica aberrazione. Perché una sciagurata distrazione non diventi, per riprendere le parole di Vian, un terribile «insulto» al popolo ebraico.

27 gennaio 2009

 

 




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